04/08 - 12.11
Scritti nel 1948, i Cinq Réchants di Olivier Messiaen costituiscono l’ultima pagina della cosiddetta “Trilogia del Tristano”, la serie di lavori ispirata al tema tristaniano di amore e morte comprendente anche il ciclo di canti Harawi (1945) e la Sinfonia Turangalîla (1948).
I Cinq Réchants sono un omaggio al compositore franco-fiammingo Claude Le Jeune (1530 ca-1600), in particolare alla sua Printemps, raccolta di chanson polifoniche composte da un alternarsi di chants (strofe) e réchants (ritornelli). La stessa struttura è adottata da Messiaen, con l’aggiunta di un’introduzione in tre dei cinque brani e di una coda finale. Nell’eclettica costellazione di fonti d’ispirazione dichiarate dal compositore stesso, si deve citare, oltre a questi due rimandi arcaizzanti – la leggenda medievale e la polifonia rinascimentale –, almeno l’impiego dei tâla, i dieci schemi ritmici della musica indiana di cui Messiaen fu un appossionato conoscitore.
Suggestioni esotiche sono riconoscibili anche nel testo poetico, fabbricato da Messiaen stesso combinando un francese surrealista con una lingua inventata assimilabile in parte a uno pseudo-sanscrito. Nelle parole dell’autore: «Le sillabe sono scelte in base alla loro dolcezza o alla loro violenza d’attacco e per la capacità di dare risalto ai ritmi musicali. Queste facilitano l’alleanza dei quattro ordini: fonetico (timbri), dinamico (intensità), cinematico (accenti), quantitativo (durate)». E poiché il testo è concepito principalmente nella sua dimensione fonica, le dodici voci miste a cappella (tre soprani, tre contralti, tre tenori, tre bassi) richieste dalla partitura diventano altrettanti strumenti. Ancora Messiaen: «Senza alcun supporto strumentale e con il solo uso della voce, l’opera consegue, attraverso la sua scrittura musicale, i ritmi e i diversi tipi di attacco, una vera e propria orchestrazione».
Per trasformare l’ensemble vocale in un’orchestra a tutti gli effetti, Messiaen si avvale di una scrittura assolutamente innovativa, meticolosamente notata in partitura. Il canto vero e proprio convive con quello a bocca chiusa, il parlato, l’emissione percussiva e quella gridata; l’intonazione richiesta varia dal «monotono» al «flessuoso», dalla declamazione vigorosa al canto spiegato. L’interazione fra le voci si fa ora più vicina al tessuto madrigalistico ora a quello corale, passando da momenti di intricata stratificazione polifonica (in cui ogni voce, come in un mottetto trecentesco, ripete la propria linea melodica, il proprio “mantra”, in completa autonomia l’una dall’altra) all’estremo opposto, il perfetto unisono. Non si andrà troppo lontano dal vero, allora, se si afferma che quest’opera aprì la strada alla stagione delle sperimentazioni sulla voce che tanto caratterizzarono la produzione vocale delle avanguardie del secondo Novecento.