24/08 - 08.30
Stamani vi proponiamo due pagine con protagonista il corno inglese di Fabrice Ferez e il pianoforte di Marc Pantillon. Sono la Hot-Sonata per sassofono contralto e pianoforte di Erwin Schulhoff (1894–1942) nell’arrangiamento di Fabrice Ferez, e i Tre pezzi per oboe (o corno inglese) e pianoforte di Marc Perrenoud (1981–).
Il corno inglese, strumento affine all’oboe con estensione più grave e tessitura tenorile, nacque come sviluppo dell’oboe da caccia negli anni Venti del XVIII secolo, probabilmente a Breslavia ad opera del costruttore J. T. Weigel. Poiché per la sua forma richiamava le trombe angeliche raffigurate nell’iconografia medievale e successiva, prese il nome di corno “angelico”, engellisch nei dialetti altotedeschi. Ma, per un non poi così strano caso della lingua, engellisch significava anche ‘inglese’, donde il nome attuale.
L’impiego del corno inglese, che rimpiazzò il suo antenato da caccia, si diffuse a partire dalla seconda metà del Settecento nei paesi di lingua tedesca, sia come strumento solista sia in orchestra in sostituzione della coppia di oboi. Alla fine del secolo, tuttavia, lo strumento appariva ormai associato perlopiù all’opera italiana, dove era apprezzato per la sua voce melodiosa, trasognata e penetrante, che lo rendeva particolarmente adatto tanto a scene pastorali quanto all’espressione di «sentimenti di assenza, di oblio, di dolorosa solitudine» (Berlioz). Così, ad esempio, lo impiegarono Rossini nell’ouverture del Guillaume Tell, Berlioz nella Symphonie fantastique, Wagner nel Tristan und Isolde e Dvořák nella Sinfonia n. 9 «Dal nuovo mondo». Grazie a questa particolare caratterizzazione, dall’inizio del XX secolo è entrato stabilmente nell’organico orchestrale, mentre le sperimentazioni della seconda metà del secolo ne hanno ampliato i confini espressivi anche al di fuori della tradizionale associazione con l’elegia.