18/01 - 20.10
Allievo di Béla Bartók, il pianista ungherese György Sándor interpreta la Sonata n. 5 in do maggiore op. 135 di Sergej Prokof’ev.
Scritta tra il 1952 e il 1953, in un periodo segnato da difficoltà personali e da un clima politico oppressivo, l’ultima sonata per pianoforte completata dal compositore russo sembra volutamente sottrarsi a ogni enfasi drammatica.
Il linguaggio è limpido, quasi disarmante nella sua semplicità. Prokof’ev adotta una scrittura asciutta, di impronta neoclassica, in cui l’ironia mordente e l’aggressività ritmica di molte opere precedenti lasciano spazio a un tono più disteso e contemplativo. I temi si presentano con naturalezza, spesso affidati a un canto pacato, mentre l’architettura formale rimane salda e trasparente.
Il secondo movimento introduce un clima più introspettivo, con un lirismo sobrio, privo di compiacimenti, che sembra guardare indietro con discrezione. Il finale, misurato e luminoso, evita qualsiasi gesto virtuosistico e si conclude con un senso di quieta accettazione, lontano da ogni trionfalismo.
Nato nel 1912 a Budapest e morto nel 2005 a New York, Sándor debuttò alla Carnegie Hall nel 1939, rimase negli Stati Uniti e ne ottenne la cittadinanza. Il suo repertorio era concentrato sulle opere ungheresi e russe. Ha inciso l’integrale delle opere pianistiche di Kodály, altro suo maestro all’Accademia Musicale di Budapest, di Bartók, per cui ha vinto il Grand Prix du Disque nel 1965, e di Prokof’ev.
§20.10 – 20.30
1891-1953
Sonata n. 5 in do maggiore op. 35/135 (14’24”). György Sándor, pianoforte.