08/12 - 13.59
Orazio Vecchi compose l’Amfiparnaso intorno al 1594, quando era maestro di cappella del duomo della nativa Modena, e lo pubblicò nel 1597 dedicandolo ad Alessandro d’Este.
Il titolo Amfiparnaso (che si potrebbe rendere come «Parnaso a tutto tondo» o «entrambi i Parnasi») sembrerebbe richiamare la duplice natura dell’opera, che mescola elementi seri e comici, e che Vecchi rivendica come una novità. Si tratta, infatti, di una narrazione che, in un prologo e tre atti, utilizza accanto a personaggi seri (le due coppie di giovani innamorati, Lelio e Nisa e Lucio e Isabella) altri tratti dalla commedia dell’arte (il veneziano Pantalone, il bergamasco Zane, il capitano spagnolo, un gruppo di ebrei etc.). Ad arricchire il dramma, che fa della parodia e della satira la sua cifra stilistica, concorre dunque anche la varietà linguistica e sociale, che si riflette nella composizione musicale. La serie di madrigali a cinque voci che formano l’opera, infatti, recepisce le più comuni forme vocali del XVI secolo: villanella, canzonetta, mottetto sacro e così via.
Quanto al genere, si tratta di una via di mezzo fra l’ormai maturo madrigale e il nascente melodramma, nella quale la “voce” di ogni personaggio non è mai singola, monodica, bensì è ancora costituita dall’intreccio polifonico di più voci. Vecchi la chiamava «Comedia Harmonica» o «Comedia Musicale», mentre la musicologia moderna l’ha classificata, con non minore anarchia terminologica, come «madrigale rappresentativo» o «dialogico» o ancora «drammatico». A differenza del melodramma, inoltre, non c’è messa in scena: è spettacolo da ascoltare e non da vedere, come indica l’autore nel Prologo: «Ma voi sappiat’in tanto, / che questo di cui parlo / spettacolo, si mira con la mente, / dov’entra per l’orecchie, e non per gl’occhi. / Però silentio fate, / e ’n vece di vedere hor’ascoltate».