L’arte di Janos Starker e Georges Miquelle

10/10 - 22.50

In tarda serata scopriamo insieme l’arte di due violoncellisti del secolo scorso: Janos Starker e Georges Miquelle. Ascoltiamo il violoncellista ungherese nella Sonata per violoncello e pianoforte in sol minore op. 65 di Frédéric Chopin con György Sebok al pianoforte in una registrazione del 1962. È invece Schelomo, Rapsodia ebraica per violoncello e orchestra di Ernest Bloch il brano eseguito dal violoncellista francese con l’Eastman-Rochster Orchestra diretta da Howard Hanson in una registrazione del 1959.

Accostare queste due pagine significa attraversare un secolo di evoluzione del pensiero musicale attraverso la voce più umana degli strumenti. Entrambe le opere, pur distanti per epoca e linguaggio, condividono un medesimo nucleo espressivo: il violoncello come medium dell’interiorità, luogo di dialogo tra individuo e mondo, tra parola e silenzio.

La Sonata op. 65 (1846), ultimo grande lavoro pubblicato da Chopin, segna l’estrema sintesi del suo pensiero musicale. Qui il compositore polacco abbandona ogni gesto brillante per un linguaggio concentrato e rigoroso, dove il pianoforte – finora protagonista assoluto – diviene interlocutore paritario del violoncello. Il tessuto armonico, denso e mobile, traduce in suono una tensione interiore più che un dramma esterno. Nell’interpretazione di Janos Starker, questa dimensione razionale e lirica insieme trova una chiarezza analitica esemplare: il suo tono asciutto mette in rilievo l’architettura profonda dell’opera, rivelando la disciplina formale che sostiene l’emozione. Starker restituisce a Chopin il suo volto più moderno, quasi astratto, dove il sentimento è trasfigurato in struttura.

In Schelomo (1916),Bloch trasforma invece il violoncello in voce profetica. Se in Chopin il dialogo è intimo, in Bloch diventa cosmico: il solista impersona il re Salomone, simbolo di saggezza e disillusione, mentre l’orchestra è il mondo che lo circonda e lo travolge. L’opera, con la sua forma rapsodica e il linguaggio impregnato di modi ebraici, fonde spiritualità e pathos tardo-romantico.
Nell’interpretazione di Georges Miquelle, la linea del violoncello assume una forza oratoria intensa ma sempre controllata: il suono ampio e vellutato, la libertà del fraseggio e la profondità del respiro trasformano Schelomo in un canto liturgico interiore, dove la fede e il dubbio si confondono in un’unica vibrazione emotiva.

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