02/01 - 22.15
In seconda serata ascoltiamo tre pagine di Toru Takemitsu nell’esecuzione della Saito Kinen Orchestra diretta da Seiji Ozawa. I tre brani qui accostati delineano con chiarezza uno dei percorsi più originali del secondo Novecento: il tentativo di far dialogare tradizione musicale giapponese e linguaggio occidentale contemporaneo senza ridurli a sintesi forzata.
November Steps (1967), per orchestra e strumenti tradizionali giapponesi – shakuhachi e biwa suonati rispettivamente da Katsuya Yokoyama e Kinshi Tsuruta – è l’opera che impone Takemitsu all’attenzione internazionale. Commissionata dalla New York Philharmonic per il 125esimo anniversario dell’orchestra, la partitura non cerca una fusione stilistica, ma mette in scena una coabitazione di mondi sonori: da un lato l’orchestra occidentale, dall’altro i due strumenti solisti, portatori di un tempo, di un gesto e di una concezione del suono radicalmente diversi. Il risultato è una drammaturgia dell’ascolto, fatta di frizioni, silenzi e spazi, in cui il suono diventa evento irripetibile più che sviluppo tematico.
Più concentrata e ascetica è Eclipse (1966) per shakuhachi e biwa soli. Qui Takemitsu elimina ogni mediazione orchestrale e si avvicina a una dimensione rituale, in cui il suono nasce dal respiro, dal contatto fisico con lo strumento, dal silenzio che lo circonda. La scrittura è ridotta all’essenziale e richiede un ascolto attento alle microvariazioni timbriche e alla qualità del gesto, avvicinando la musica a una forma di meditazione sonora.
Di tutt’altro carattere è il Concerto per viola e orchestra A string around Autumn (1989), opera tarda e profondamente lirica. Qui Takemitsu guarda soprattutto alla tradizione occidentale, ma filtrata attraverso la sua sensibilità timbrica e la sua concezione non lineare del tempo. La viola, con il suo colore crepuscolare, tra le mani di Nobuko Imai diventa voce interiore, avvolta da un’orchestra che non si contrappone, ma sostiene e rifrange il discorso solistico in un continuum morbido e cangiante.