Data: 13/04/2026
Ora: 21:00
Città: Poggibonsi, Firenze
Fino a 15/04/2026
Direttore: Erina Yashima
Orchestra: Orchestra della Toscana
Musica: Ligeti, Dvořák, Bizet
Solista: Elly Suh, violino
Elly Suh è la solista nel Concerto per violino di Antonín Dvořák al centro del programma della nuova produzione dell’Orchestra della Toscana. Sul podio Erina Yashima. Appuntamento lunedì 13 aprile al Teatro Politeama di Poggibonsi e mercoledì 15 aprile al Teatro Verdi di Firenze.
Il filo rosso che attraversa questo concerto è un’idea di musica che nasce dalla terra – dal folklore, dalla memoria collettiva – e poi si trasforma, cambia pelle, si fa linguaggio personale.
Ci sono programmi che si costruiscono per contrasti, altri per affinità. Questo, invece, procede per contiguità, come una fila di tessere che si toccano senza mai sovrapporsi: ogni brano riflette qualcosa del precedente e prepara il successivo. Il filo non è dichiarato, ma si avverte. È un’idea di musica che nasce dalla terra – dal folklore, dalla memoria collettiva – e poi si trasforma, cambia pelle, si fa linguaggio personale.
Il percorso si apre con il Concert Românesc di György Ligeti, un’opera giovanile che porta già in sé un’ambiguità fertile. Da un lato, l’adesione – almeno apparente – a un linguaggio radicato nel folklore, in linea con le richieste del realismo socialista; dall’altro, un’inquietudine interna che incrina quella superficie. Le melodie sembrano antiche, ma il modo in cui si muovono nello spazio sonoro è già personale: linee che si sovrappongono, si sfiorano, creano una mobilità continua. Non è ancora la “micropolifonia” degli anni maturi, ma qualcosa si intravede, come un’acqua ferma che in realtà vibra sotto la superficie. E non è un caso che proprio quest’opera, apparentemente innocua, abbia incontrato la diffidenza della censura.
Da qui si passa al Concerto per violino di Antonín Dvořák, dove il rapporto con il folklore cambia completamente segno. Non più materia da controllare o giustificare, ma lingua naturale. Dvořák non cita: inventa melodie che sembrano già esistite. Il violino entra quasi subito, senza attese, e porta con sé un discorso che alterna slancio e introspezione. Non c’è mai esibizione fine a sé stessa: anche nei passaggi più brillanti, il virtuosismo resta legato a un’urgenza espressiva. Il dialogo con l’orchestra è continuo, quasi cameristico, e nel finale affiorano ritmi di danza – furiant, dumka – che danno alla musica un’energia terrena, concreta, mai folkloristica in senso decorativo.
La seconda parte porta altrove, ma senza spezzare il filo. La Sinfonia in do maggiore di Georges Bizet è un’opera di sorprendente maturità scritta a diciassette anni. Non nasce per il pubblico, ma come esercizio: eppure dentro c’è già tutto. La chiarezza formale, la cantabilità naturale, quella capacità di costruire il discorso con una leggerezza che non è mai superficialità. È una musica che guarda alla tradizione classica, ma la attraversa con uno slancio vitale che sarà poi quello di Carmen. Alcuni tratti – i crescendo, certe inflessioni melodiche – sembrano già proiettati in avanti, come se Bizet avesse intuito prima di sé stesso la propria voce.