Un ballo in maschera con J.F. Kennedy

Data: 12/05/2026

Città: Firenze

Luogo: Teatro del Maggio

Fino a 24/05/2026

Direttore: Emmanuel Tjeknavorian

Orchestra: Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Musica: Giuseppe Verdi

Regia: Valentina Carrasco

Dopo l’opera contemporanea The Death of Klinghoffer, l’88esimo Festival del Maggio Musicale Fiorentino alza il sipario su Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi, che al Maggio mancava dal 1995, a parte un’esecuzione in forma di concerto nel 2020 in cavea. L’attesa per il nuovo allestimento del melodramma verdiano è legata soprattutto al debutto di Emmanuel Tjeknavorian sul podio del Maggio, alla sua prima direzione assoluta di un titolo lirico, e alla lettura registica di Valentina Carrasco.

Cinque le recite in cartellone: martedì 12 (trasmessa in diretta su Rai Radio 3), venerdì 15 e venerdì 22 maggio alle ore 20 e domenica 17 e domenica 24 maggio alle ore 15:30.

La compagnia di canto è formata da Antonio Poli e Max Jota (recita del 22 maggio) che interpretano Riccardo; Bogdan Baciu e Hae Kang (recite del 15 e 22 maggio) vestono i panni di Renato; Chiara Isotton e Alessia Panza (recita del 22 maggio) interpretano Amelia mentre Lavinia Bini è Oscar. La parte di Ulrica è interpretata da Ksenia Dudnikova; Janusz Nosek è Silvano; Mattia Denti interpreta Samuel e Adriano Gramigni è Tom. Chiudono il cast, rispettivamente nei ruoli di Un giudice e di Un servo di Amelia, Francesco Congiu e Roberto Miani.

Un ballo in maschera fu originariamente concepita per il Teatro San Carlo di Napoli: la prima idea di Verdi fu Re Lear di Shakespeare ma la mancanza di tempo lo costrinse a ripiegare su un libretto di Scribe, Gustave III ou Le bal masqué, già musicato da Auber e da Mercadante. La storia si ispirava a un fatto storico accaduto nel 1792: l’omicidio di re Gustavo III di Svezia a opera di un suo cortigiano durante un ballo. L’argomento era indubbiamente scomodo, l’uccisione in scena di un monarca non poteva lasciare indifferenti i censori napoletani, che infatti intervennero imponendo numerosi tagli e modifiche. Ma Verdi teneva troppo ai tratti settecenteschi e allo stile brillante di ascendenza francese della sua nuova opera per poter accettare, tra le tante richieste, di spostare l’azione nel dodicesimo secolo dove sarebbe stato impossibile «trovare un principotto, un duca, un diavolo, sia pure del Nord, che avesse visto un po’ di mondo e sentito l’odore della corte di Luigi XIV». Naufragato così il debutto napoletano, Un ballo in maschera andrà in scena al Teatro Apollo di Roma il 17 febbraio 1859.

“Qui Verdi mette in scena la politica”, sostiene Valentina Carrasco, che proprio per questo ha scelto di ambientare il suo allestimento nel luogo e nel tempo in cui la politica divenne per la prima volta mediatica: gli Stati Uniti degli anni ’60 del secolo scorso. “La struttura originale di questo capolavoro ha come cuore narrativo la storia di un leader molto carismatico e popolare che però, all’interno della sua ‘cerchia’, aveva dei nemici: questo mi ha fatto pensare all’assassinio di John Kennedy. Dal momento che la versione scelta è quella più consueta, in cui l’azione del libretto viene spostata nelle colonie del Nord America e il re di Svezia viene trasformato, originariamente per ragioni di opportunità e censura, nel governatore britannico Riccardo, ho trovato interessante tracciare un parallelo con John Fitzgerald Kennedy. In particolare mi sono sembrati rilevanti alcuni aspetti della sua vita privata e politica, oltre che naturalmente la morte per mano di un assassino: esito di un complotto dai tratti ancora – in parte – oscuri. Anche Riccardo, il conte di Warwick, ci si presenta da subito con i suoi conclamati pregi, ma anche con evidenti difetti e una serie di atteggiamenti discutibili: lui stesso è conscio di star tradendo la fiducia di un amico e sodale politico per ragioni sentimentali”.

È proprio questa complessità nascosta sotto una superficie brillante che ha colpito Emmanuel Tjeknavorian, questo equilibrio tra “una naturale fluidità del discorso musicale e una fragilità costante, la percezione che tutto possa incrinarsi da un momento all’altro. Tutti i personaggi abitano questa tensione. Musicalmente, significa accettare che l’opera non segue mai una sola direzione. I contrasti rimangono vivi e la luce non dissolve l’oscurità, ma la rende visibile. Spesso è proprio dalla leggerezza che affiora qualcosa di più profondo. E poi c’è il finale. Non offre una vera risoluzione. Assomiglia più a un momento di chiarezza che arriva forse troppo tardi, eppure inevitabilmente al momento giusto. Vi si avverte qualcosa di simile al perdono, che però non cancella nulla. Forse è per questo che quest’opera ci è così vicina. Non spiega, non chiude, non semplifica. Lascia aperto. E ci invita a restare nell’incertezza, nella vulnerabilità, in tutto ciò che non può essere risolto. Ed è forse proprio lì che risiede la sua verità”.

Foto di Michele Monasta.

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