Per pianoforte e orchestra – Dopo Beethoven: il ‘900

Francesco Dilaghi traccia un percorso, necessariamente antologico, sulla forma del concerto per pianoforte e orchestra, da Bach a Bartók.
Qual’è l’etimologia della parola “concerto”: aspra contesa o intreccio pacifico? Vivace contrapposizione o accordo armonioso? Entrambe sono possibili, ed è forse proprio questa la ragione del successo di questo genere strumentale in cui lo strumento a tastiera dialoga con la multiforme compagine dell’orchestra dai mille diversi aspetti.
Una forma che ha conosciuto una crescente fortuna soprattutto tra la fine del ‘700 e tutto il secolo successivo. E che solo verso la metà del Novecento sembra aver perso quella posizione di centralità nel repertorio e nel favore del pubblico.

Dopo Beethoven: il Novecento

Il grande repertorio del secolo scorso si incentra soprattutto sui nomi di Stravinskij, Ravel, Prokof’ev e Bartók, ciascuno con una propria particolare e inconfondibile specificità di poetica e di linguaggio. Ma questi sono solo i nomi di maggior rilievo, gli autori delle composizioni più saldamente rimaste nel repertorio concertistico e discografico. Sono solo le punte dell’iceberg rispetto a una fioritura molto più abbondante e troppo spesso dimenticata. Infatti, accanto a un numero relativamente esiguo di composizioni molto amate e molto conosciute, il panorama di questo genere strumentale è sorprendentemente ricco di pregevoli lavori che restano a margine del normale repertorio.

Intento non secondario di questo percorso, che attraversa oltre due secoli di musica, è proprio quello di esplorare il terreno, mettere a fuoco il contesto nel quale questi capolavori fioriscono. Di dare spazio anche a opere meno note e introdurre ogni volta uno di questi più conosciuti e amati capolavori: che si potrà ascoltare, alla fine di ogni puntata del ciclo, nel normale palinsesto della radio.

a cura di Francesco Dilaghi,

in onda ogni lunedì alle 18.40 da lunedì 6 giugno

Puntate

Negli Anni Venti il panorama – relativamente al concerto pianistico  tende adesso ad allargarsi e a diventare più vario nello stile e nei linguaggi. In Francia hanno un ruolo marginale, ma comunque interessante, i lavori di Albert Roussel e di Reynaldo Hahn. Due sono i nomi di prima grandezza che vengono ad arricchire il repertorio del ‘900. Il primo è Maurice Ravel, sempre in Francia, con il geniale Concerto in sol. L’altro è Béla Bartók, in Ungheria, con il suo Primo Concerto, nel quale lo strumento a tastiera assume tratti timbrici e ritmici violentemente innovativi.


Seguiamo il genere del Concerto negli anni successivi alla Grande Guerra. Precisamente nel 1926, Rachmaninov propone il suo quarto ed ultimo concerto. Il lavoro, introverso e problematico, sembra risentire in un suo modo tutto particolare delle innovazioni di Prokofiev (che nel frattempo presenta il suo Terzo Concerto). Ma si affacciano alla ribalta internazionale un altro grande musicista russo, Igor Stravinsky, e uno tedesco, Paul Hindemith, che portano un ulteriore rinnovamento, aprendo la strada al momento del neoclassicismo.


Il primo Novecento, fino alla Grande Guerra, è ancora dominato dai grandi pianisti-compositori che crescono in Russia. Nel 1903 Rachmaninov, che crea il suo celebre Concerto per pianoforte n. 3 in re minore op. 30, oggi forse il suo Concerto più amato ed eseguito. Accanto a lui sorge il nuovo astro di Sergej Prokofiev, con la sua forte e talvolta violenta carica innovativa. Grazie anche al suo grande carisma di interprete, il giovane compositore vince le critiche dei conservatori e si afferma a livello internazionale con i primi due Concerti.


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