Per pianoforte e orchestra – Prima di Beethoven

Francesco Dilaghi traccia un percorso, necessariamente antologico, sulla forma del concerto per pianoforte e orchestra, da Bach a Bartók.
Qual’è l’etimologia della parola “concerto”: aspra contesa o intreccio pacifico? Vivace contrapposizione o accordo armonioso? Entrambe sono possibili, ed è forse proprio questa la ragione del successo di questo genere strumentale in cui lo strumento a tastiera dialoga con la multiforme compagine dell’orchestra dai mille diversi aspetti.
Una forma che ha conosciuto una crescente fortuna soprattutto tra la fine del ‘700 e tutto il secolo successivo. E che solo verso la metà del ‘900 sembra aver perso quella posizione di centralità nel repertorio e nel favore del pubblico.

Prima di Beethoven

Questo primo ciclo va da J.S. Bach a Mozart. La nascita del concerto pianistico si può infatti far risalire a J.S. Bach. Anche se con Bach la tastiera è ancora quella del clavicembalo, e anche se queste composizioni nascono come trascrizioni di precedenti lavori, è pur vero che sono entrate stabilmente nel repertorio del pianoforte moderno. Dopo il momento dallo ‘stile galante’ – sorta di “interregno” tra barocco e classicità, nel quale hanno avuto un ruolo di primo piano i figli di J.S. Bach – è con Mozart che la forma del concerto in epoca classica trova la sua maggiore affermazione. Nessun altro musicista è riuscito a creare così tanti capolavori in un arco di tempo così ristretto.

Dopo Beethoven

Dopo Beethoven, il momento del Biedermeier apre le porte al grande repertorio dell’‘800 – “il secolo del pianoforte” – con Chopin, Mendelssohn, Liszt, Brahms. Verso la fine del secolo il panorama del concerto pianistico si ramifica, si fa più complesso e variegato allargandosi a più vasti orizzonti: soprattutto in Francia con Saint-Saens e in Russia con Čaikovskij e Rachmaninoff (anche se l’attività creativa di quest’ultimo si estende in pieno ‘900).

Il grande repertorio del secolo scorso si incentra poi soprattutto sui nomi di Stravinskij, Ravel, Prokof’ev e Bartók, ciascuno con una propria particolare e inconfondibile specificità di poetica e di linguaggio. Ma questi sono solo i nomi di maggior rilievo, gli autori delle composizioni più saldamente rimaste nel repertorio concertistico e discografico. Sono solo le punte dell’iceberg rispetto a una fioritura molto più abbondante e troppo spesso dimenticata. Infatti, accanto a un numero relativamente esiguo di composizioni molto amate e molto conosciute, il panorama di questo genere strumentale è sorprendentemente ricco di pregevoli lavori che restano a margine del normale repertorio.

Ecco allora che intento non secondario di questo percorso, che attraversa oltre due secoli di musica, è proprio quello di esplorare il terreno, mettere a fuoco il contesto nel quale questi capolavori fioriscono. Di dare spazio anche a opere meno note e introdurre ogni volta uno di questi più conosciuti e amati capolavori: che si potrà ascoltare, alla fine di ogni puntata del ciclo, nel normale palinsesto della radio.

a cura di Francesco Dilaghi,

in onda ogni lunedì alle 18.40

Puntate

Dopo i concerti salisburghesi passiamo ai primi concerti viennesi di Mozart. Nel 1781 il giovane musicista decide di lasciare l’ambiente un po’ provinciale della natia Salisburgo per lanciarsi alla conquista della grande capitale, Vienna, che lui stesso definisce “il regno del pianoforte”. L’esordio con il nuovo pubblico è affidato a tre nuovi concerti che lui stesso definisce perfettamente: « una via di mezzo tra il troppo facile e il troppo difficile; molto brillanti, gradevoli all’orecchio e naturali, ma senza cadere nella vacuità. In alcuni punti solo gli intenditori possono ricavarne diletto, ma in modo che anche i non intenditori restino contenti, pur senza sapere perché». Questi concerti segnano l’inizio del suo grande successo a Vienna come pianista-compositore.


I concerti salisburghesi di Mozart sono al centro di questa puntata a partire dall’esordio con il Concerto K.175, che apre uno straordinario percorso. Il genere si rivela subito congeniale a Mozart per le implicite connotazioni teatrali nel rapporto, sempre più articolato, del solista con l’orchestra. Nei suoi ultimi anni salisburghesi nascono altri tre concerti per pianoforte, nonché i due curiosi quanto felici “esperimenti” di un concerto per due pianoforti e uno per tre pianoforti. Questo primo momento creativo si conclude con un capolavoro, nel quale si rivelano tutte le potenzialità di questa forma e la geniale originalità dell’autore: il Concerto in mi bemolle K.271 “Jeunhomme”.


Nella preistoria della parabola del concerto pianistico di Mozart troviamo in primo luogo il nome e l’opera di Johann Christian Bach, per il quale il giovanissimo musicista austriaco nutre un’amicizia personale e ammirazione per la sua opera. Mozart poco più che bambino si esercita in questa forma partendo da brani di vari autori per tastiera, e poi trasformando tre sonate dell’amico in altrettanti concerti per tastiera e archi: solo dopo questo apprendistato è pronto a partire con il suo primo lavoro originale, il Concerto n.5 in re maggiore, K.175, che sarà un suo cavallo di battaglia a Salisburgo e ancora nei suoi primi anni viennesi.


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