Il programma indaga le connessioni tra le grandi ricorrenze storiche che ogni anno il calendario propone e le musiche che evocano queste ricorrenze. Le trasmissioni, a cadenza mensile, vanno a comporre prevalentemente cicli semestrali dedicati alle principali ricorrenze dell’anno in corso in campo storico, culturale, artistico o scientifico.
Antoni Gaudí, l’architetto di Dio, nel 100esimo anniversario della morte — gennaio-giugno
Il ciclo parte dall’infanzia e dalla gioventù di Gaudí, dagli studi in una Catalogna in profonda e veloce trasformazione. Tra gli argomenti trattati anche la partecipazione alla Renaixença Catalana insieme ad artisti come Mirò, Casals, Dalì, Mompou e altri ancora. In particolare si analizza il suo rapporto con la musica – quella popolare catalana e quella di fine Novecento – nel panorama dell’Art Nouveau segnato da connessioni tra musica, letteratura e architettura a cavallo tra due secoli.
La musica americana dalla Rivoluzione del 1776 al 1900, nel 250esimo anniversario della Dichiarazione dell’indipendenza — luglio-dicembre
Il ciclo analizza il valore storico-culturale della Rivoluzione del 1776 e il suo impatto sulla musica ripercorrendo i momenti degli Stati Uniti. Viene messo in luce il carattere “rivoluzionario” della storia musicale americana. Dalle musiche coloniali ai canti dei ribelli. Dagli inni religiosi al repertorio degli immigrati. Dalle ballate di frontiera al Minstrel show. Dai canti della Guerra di secessione a quelli della Ricostruzione. Dalla Seconda scuola del New England alla definizione di un’identità nazionale. Di pari passo si indaga su come la musica sia diventata strumento di coesione tra diversi strati sociali ma anche messaggio politico e patriottico.
20/10/2026
Questa puntata entra nel cuore della Guerra di Secessione (1861-1865), lo scontro tra Unione e Confederazione attorno all’abolizione della schiavitù e a due modelli economici inconciliabili.
Il racconto non segue la cronologia delle battaglie ma l’arco emotivo di chi la guerra la visse e la cantò: dall’entusiasmo della partenza alla stanchezza, al lutto, fino a un ritorno che non cancella nulla.
Si comincia dalla pace fragile di una ballata sentimentale, condivisa da entrambi gli eserciti e cantata attorno ai fuochi di campo: l’ultimo sguardo su un mondo di affetti e paesaggi sul punto di spezzarsi. Poi la frattura. Sul versante sudista, due canti del 1861 danno voce alla secessione: l’inno alla prima bandiera confederata, espressione di orgoglio e di un’allegria collettiva che faceva credere la guerra breve e gloriosa; e l’appello accorato, e vano, perché il Maryland, Stato schiavista, si unisse alla causa, su una melodia mutuata da un canto natalizio tedesco.
Sul versante nordista, la risposta nasce tra i soldati stessi: un gioco di parole sul nome John Brown, un omonimo del celebre abolizionista impiccato due anni prima, trasforma la memoria di un uomo in simbolo, e la guerra in una causa morale di liberazione.
Il richiamo di Lincoln alle armi, nel 1862, genera a sua volta un canto di reclutamento di straordinaria efficacia, dove la musica fa di milioni di destini individuali un unico “noi”.
A questo punto la narrazione cambia direzione. La retorica della causa lascia spazio al costo umano. Il vero punto di svolta morale è però la voce di chi, fino a quel momento, non aveva parlato: lo schiavo che nella guerra vede la possibilità di non essere più merce. Un canto di ascendenza spirituale ricorda qual era la posta in gioco prima ancora di sapere chi avrebbe vinto.
La vittoria dell’Unione arriva nel 1865 con una marcia trionfale, non priva di contraddizioni, perché celebra anche la distruzione di un territorio.
La chiusura è affidata al ritorno: una marcia festosa di campane e famiglie riunite, che però canta il desiderio della fine del conflitto più che il trionfo, e che lascia affiorare i molti che non tornarono e le ferite invisibili di chi ce l’ha fatta.
Il filo sotteso è dunque il passaggio dalla guerra cantata alla guerra vissuta: la musica come strumento di mobilitazione e propaganda, poi come memoria del dolore, infine come voce degli esclusi. Una pace, alla fine, che non può cancellare il lutto.
15/09/2026
Questa puntata si occupa del periodo che intercorre tra il 1840 e il 1860, quando gli Stati Uniti cercano di trasformare la propria pluralità culturale in una voce che, pur assimilando il dominante Romanticismo europeo, abbia una propria identità. In programma brani di Louis Moreau Gottschalk, William Henry Fry, George Frederick Bristow e William Mason.
La seconda parte della trasmissione ripercorre il passaggio della musica americana all’intrattenimento e alla comunicazione di massa con la nascita della popular song. Protagonista massimo di questo passaggio fu Stephen Foster, creatore di due canzoni simbolo: Oh! Susanna e The Camptown races.
18/08/2026
La seconda puntata del ciclo è incentrata su due grandi fenomeni che coinvolsero la nuova nazione appena formatasi.
Il primo viene definito come Secondo Grande Risveglio, movimento di rinascita religiosa protestante che attraversò gli Stati Uniti tra il 1790 ed il 1840 e fu caratterizzato da enormi ed entusiasti raduni all’aperto (i camp meetings). A differenza del Primo Grande Risveglio – affermatosi quasi un secolo prima e di forte impronta calvinista – il Secondo scelse la via del libero arbitrio e della capacità dell’individuo di scegliere la salvezza immediatamente. Emotivo e più teologico il primo, più accessibile e riformatore (e quindi meno isterico) il secondo, benché comunque moralmente perfezionista. Le cause dell’esplodere del Secondo Grande Risveglio sono molteplici, a cominciare dalla reazione post-Rivoluzione al secolarismo e all’Illuminismo. Pesarono anche gli ideali democratici ed il crescente individualismo, con l’enfasi sull’uguaglianza e sul desiderio di moralità. Il Grande Risveglio spinse milioni di credenti ad attivarsi per migliorare la società, in attesa del ritorno di Cristo. Nacquero movimenti sociali cruciali, come la lotta contro la schiavitù, il suffragio femminile, la riforma dell’educazione e la limitazione dell’alcol. Il revival, promettendo la salvezza per tutti, diffuse l’idea che chiunque potesse salvarsi attraverso il libero arbitrio, il pentimento e la fede in Cristo. Era una vera rivoluzione spirituale, che seguiva quella armata e statuale.
Questa prima parte verrà illustrata da sei canti ed inni propri del Secondo Grande Risveglio, interpretati nelle varie forme tipiche di quel tempo: canto corale, canto a cappella, musica folk tradizionale.
La seconda parte della puntata segue la cronaca della migrazione verso Ovest. In quegli anni i coloni superarono gli Appalachi e iniziarono il viaggio nell’ignoto, attraversando paesaggi sempre più aperti. A quei tempi gli Appalachi costituivano una barriera quasi insormontabile e il Cumberland Gap era l’unico varco che rendeva possibile il passaggio verso l’ovest. L’America cominciava a misurarsi con l’estensione del territorio. Ecco un’altra rivoluzione musicale: quella spaziale!
Ascolteremo dunque altri sei brani che illustrano i diversi aspetti della migrazione verso l’Ovest:
Non era più solo la strada a contare, ma la forza degli elementi, la natura come presenza smisurata e memorabile. Il viaggio non era più dunque solo l’attraversamento fisico dello spazio sterminato, ma la costruzione di un immaginario collettivo del West e della nazione in espansione.